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Odissea
Odissea | Omero
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Nella versione di Ippolito PindemonteIntroduzione di Ferruccio UliviA cura di Marta SaviniEdizione integraleCon la versione dell’Odissea omerica, Ippolito Pindemonte realizzò il punto più alto di una poetica del ricalco, del riecheggiamento, particolarmente felice nei passi più vicini al suo gusto personale, consona a «quel classicismo prezioso, grazioso e lezioso» che fu proprio della fine del Settecento e dei primi dell’Ottocento. Fu il rappresentante di un’epoca debole sul piano creativo quanto matura nei mezzi di espressione e nella consapevolezza critica che vi si annetteva, al tramonto dell’umanesimo tradizionale evoluto in neoclassicismo. Ormai alle soglie di un’età di cui presagiva i valori, non però fino a volervisi confondere, il letterato e poeta veronese, col suo fragilissimo filo poetico, ebbe il merito di proporre una delle ultime espressioni di una cultura esausta, ma proprio in tal modo fedele a se stessa.«Musa, quell’uom di multiforme ingegnoDimmi, che molto errò, poich’ebbe a terraGittate d’Ilïon le sacre torri;Che città vide molte, e delle gentiL’indol conobbe; che sovr’esso il mareMolti dentro del cor sofferse affanni,Mentre a guardare la cara vita intende...» OmeroLe notizie che abbiamo a disposizione riguardo a Omero sono tutte leggendarie. Tra le tante città della Grecia che si disputarono l’onore di avergli dato i natali (Chio, Smirne, Colofone, Pilo, Argo...), la più attendibile sembra Chio e il secolo l’VIII. Alcuni contestano l’esistenza stessa di un aedo o rapsodo con questo nome cui attribuire la prima stesura scritta dei due poemi epici; altri dubitano che essi siano opera dalla stessa persona. In qualunque modo si voglia o si possa rispondere però all’annosa “questione omerica”, un fatto resta certo e inconfutabile: la straordinaria bellezza di questi versi, a distanza di millenni, rimane intatta.
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